Domenica 22 Aprile 2018 - Scopri le ultime notizie »
 
25
FEB
2015

Non sempre l’erba del vicino è più verde

Le riflessioni di Ettore Magliocchetti sui modi di esternare le idee dei politicanti di turno per cercare consensi




Al netto della indiscussa supremazia culturale ed artistica, espressione sublime dell’italico ingegno, in tempi mica tanto lontani non sono mancati pensatori nostrani che hanno potuto dire la loro anche nel campo politico, divenendo, se non proprio dei “maestri”, almeno degli interlocutori ascoltati e rispettati. Questa prerogativa, figlia primigenia del livello culturale e morale dei personaggi in questione, ha retto fintanto che gli Stessi rappresentavano ed erano portavoce di un’Idea, di una visione della Società; fintanto cioè erano dei Politici (e, in alcuni casi, anche degli Statisti). Erano, Quelli, uomini con tanta dignità personale ed alto senso dello Stato, che li poneva, almeno, allo stesso livello degli interlocutori del momento, nonostante le apparenze facessero arguire molto diversamente; basti per tutti, l’intervento di Alcide De Gasperi, il 10 agosto 1946, alla Conferenza di Pace a Parigi. Non è ancora scomparsa la seconda generazione, eppure gli eredi di quegli Uomini onesti e pieni di dignità sembrano appartenere ad un altro pianeta, tante e tali sono le differenze, quasi antropologiche, che li separano: il diavolo e l’acqua santa, la luce e le tenebre, la serietà e l’approssimazione….. Quegli Uomini avevano un’Idea, nella quale credevano e per la quale si battevano con passione e con fervore ma senza mai abbassarsi all’insulto, al turpiloquio; e quell’Idea Li poneva su un piano di assoluta indipendenza intellettuale e consentiva Loro di apparire sulla scena internazionale (ma anche su quella nazionale) in maniera rispettabile, anche se non da protagonisti. Sembrano passati secoli da quei tempi ed, invece, si contano solo poco decenni. Ora la situazione si è completamente ribaltata; ora, evaporate le ideologie (ma anche le Idee che ne erano state il riferimento etico-spirituale), ora buona parte degli (indegni) eredi di quelle ideologie appaiono disorientati, smarriti, incapaci di trovare, in sé, le basi per portare avanti un discorso autonomo. Costoro, privi di autonomia politica intellettuale (“ideale” mi sembra eccessivo) ma oberati da inguaribili complessi, sono diventati dei poveri “provincialotti” che cercano di trovare -al difuori della loro domestica, ristretta, sterile area di riferimento- motivazioni o personaggi che riescano, in qualche misura, a dar loro una certa qual patente di legittimità e di esistenza. E, così, nascono delle improvvise cotte per quello che vedono o che sentono (senza capirlo, però) e si consegnano, anima e corpo, a questi nuovi messia; ma si tratta di sentimenti fugaci, opportunistici e fatui, destinati a durare l’arco di tempo che intercorre con l’arrivo di un altro mentore: un po’, come quei bambini che eleggono ad idolo il supereroe del momento, in attesa del successivo. È tipico dei provincialotti, infatti, quando si recano all’estero o si confrontano per lavoro con stranieri, esclamare estasiati: “che bello, qui funziona tutto, non è mica come in Italia!” oppure “certo che quello lì la sa proprio lunga, mica come noi!”; e così si comportano i cosiddetti politici attuali, nei confronti dei loro omologhi stranieri. Una specie di sindrome di frustrazione acuta che induce a limitarsi ai soli aspetti esteriori, prescindendo da qualsiasi analisi seria dei fattori che hanno portato a quella situazione o da un approfondimento di quelle realtà o da un onesto riconoscimento dei propri limiti, prodromo di impegno per recuperare il presunto ritardo.
Adesso sembra, ripeto, sembra che la globalizzazione, Schengen, la comunicazione in tempo reale e tutte le altre diavolerie moderne abbiano notevolmente ridimensionato lo stereotipo e l’Italiano generico medio che, abbandonata la valigia di cartone legata con lo spago ed adottato il trolley, non ha più i connotati impacciati e dimessi dell’emigrante ma ha assunto la disinvoltura del cittadino del mondo. Se l’assioma, però, è valido per la maggioranza degli Italiani “comuni”, lo stesso non si può dire per coloro che dovrebbero rappresentarLi e cioè i politicanti, con particolare riferimento ai “sinistri” da salotto e con la erre moscia e gli “altri” con felpe e Rete: sempre e solo degli accattoni in cerca di una misera elemosina. Ad onor del vero, bisogna riconoscere che gli avvenimenti politici degli ultimi venti anni hanno sparigliato qualsiasi sistema di Valori di riferimento, così favorendo il proliferare di formazioni senza storia e senza futuro, a cominciare da quel dal turbine arruffone e personalistico, millantato come “rivoluzione liberale”: un vero a e proprio azzeramento, fino all’annichilimento, di quell’insieme di Valori che erano sempre stati i pilastri portanti di una certa idea di Società. Se ai tempi in cui Mao ed “il Che” erano considerati i messia di una nuova “giustizia” sociale gli apostoli nostrani combinarono gli sconquassi di cui stiamo ancora pagando le dolorose e drammatiche conseguenze, più recentemente possiamo constatare che, almeno, la P38 e le molotov sono state sostituite da elucubrazioni cervellotiche e da un’auto attribuita “superiorità” che si sono estrinsecate unicamente in manifestazioni folcloristiche, a forti connotazioni circensi. Io -che “di sinistra” non sono mai stato- confesso che consideravo avversari da rispettare i vecchi “mangiatori di bambini” i quali avevano un profondo credo, al quale sacrificavano ogni libertà personale e familiare. E non mi si venga dire che anche loro obbedivano ad un dittatore straniero perché sarebbe fuorviante, oltre che riduttivo: loro obbedivano ad una Idea che voleva essere universale, a prescindere dal dittatore di turno che diceva di incarnarla. Ora, trasferita l’ideologia in una specie di empireo utopistico e non disponendo più di uno straccio di dittatorello in giro per il mondo, ci si attacca al primo venuto, purché in possesso di certi requisiti: l’essere straniero, l’essere possibilmente giovane ed accattivante, l’essere l’inventore di una frase, di una parola mai dette e, pertanto, automatico sinonimo di “progresso”. Si è incominciato con Blair, si è continuato con Zapatero e con Hollande, si è arrivati a Tsipras: tutti elevati, sic et simpliciter, alla dignità di profeti di non si sa quale “verbo” universalistico. Mai nessuno che abbia tentato di spiegare cosa questi personaggi –ed i loro programmi- ci azzeccassero con l’Italia; mai nessuno che si sia degnato di mutuarne le idee nel contesto nazionale: solo chiacchiere e distintivo! Ma non è che nelle “altre parti” le cose vadano meglio, con l’aggravante che, al posto dei salotti e del cachemire, ci sono piazze sguaiate e felpe. Anzi mi viene da dire che lo spettacolo offerto da coloro che si dicono “non di sinistra” sia ancora più miserevole ed accattonesco, con quel volersi aggregare a formazioni politiche estere e che interpretano le “loro” realtà nazionali, completamente avulse dalla nostra. Da quelle “parti” vanno di moda i Le Pen ed i Farage, gli arruffa popolo cioè: con loro si millantano “affinità” che non possono esistere; con loro si formano gruppi parlamentari destinati all’incomunicabilità anche all’interno; con loro si continuano a sobillare milioni di poveracci, alla disperata ricerca di un punto di rifermento che, come gli edifici costruiti sulla sabbia, sono destinati alla sterilità: politica e sociale. L’importante è urlare, sparare a zero contro il feticcio del momento, presentarsi come paladini di un futuro tanto affascinante quanto utopico, in una spirale di insulti che servono a mascherare la totale assenza di una qualsiasi idea politica e, soprattutto, senza indicare una linea, nella malaugurata ipotesi che dovessero assumere una qualche responsabilità di governo. Per concludere una domanda forse ingenua: non è che ci si avvia a fare la fine del Calcio nostrano che, per indolenza e miopia, ha rinunciato ai “vivai” per affidarsi ad orde di brocchi stranieri?!
Ettore Magliocchetti