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25
FEB
2015

WEB = PARTECIPAZIONE?

FATTI & MISFATTI - La rappresentanza, la delega politica, la partecipazione




In questi giorni sono lontano da casa, quindi non azzardo commenti sulla politica locale, anche se so che:
• ad Anzio gli argomenti all’ordine del giorno sono l’elezione del capo gruppo di Forza Italia (dopo le dimissioni di Maranesi) e la questione del porto con la Capo d’Anzio sugli scudi;
• a Nettuno la forte pressione di un’opposizione che a gran voce chiede le dimissioni del sindaco Chiavetta, anche se con sfumature diverse.
Quindi voglio concentrarmi su un tema che mi intriga molto, ovvero la questione della rappresentanza. Ho voluto iniziare da alcune frasi dell’immenso Gaber. Frasi del 1996 ma ancora tanto attuali. Il conformista è il titolo della canzone. Ebbene, tutti si credono uomini nuovi, ma alla fine il conformismo la vince sempre. E accanto a questa parola ce n’è subito un’altra che va sempre di moda, il trasformista. Ma la cassa di risonanza di questi concetti ci riporta alla politica. Quanto conformismo e quanto trasformismo abbiamo visto in questi anni e continuiamo a vedere. Così, mentre l’Italia va a scatafascio, i nostri “amati eletti” giocano ad una politica sempre più autoreferente e lontana dai bisogni, ormai estremi, dei cittadini. Il palazzo sembra non avvertire lo scollamento oggi esistente fra chi governa e chi è costretto a subire errori e soprusi. Questi politici non intercettano (o fanno finta di non capire) la delusione di tanti cittadini che con il tempo tende a trasformarsi in rabbia. Tanti cittadini sono ormai stufi e delusi dell’andazzo attuale, stanchi anche di richiedere cambiamenti veri e reali che tanto non arrivano. Il rischio è che persa la speranza, perdano anche la pazienza. E allora non si può prevedere cosa potrebbe succedere.
Il problema politico primario, di cui ancora pochi parlano, almeno secondo il mio punto di vista, è allora la questione della rappresentanza, ovvero chi ha in mano la possibilità di manovrare le decisioni, chi sono e che cosa rappresentano. Sembrano domande facili ma che invece sono alla base di una società giusta.
Alla base della delega politica ci dovrebbe essere un rapporto fiduciario, che assume anche significati di identificazione e solidarietà, ma è da tempo che non è più così. Per tanti anni i partiti sono stati, ancorché non gli attori esclusivi, certo i protagonisti della rappresentanza politica. Si può pensare ciò che si vuole ma è inconfutabile che i partiti avevano una capacità di garantire competizione e possibilità di scelta fra programmi, idee e persone. C’erano i partiti, le loro sedi, la loro ideologia, i loro programmi, una party government in grado di muoversi lungo il percorso programmatico prescelto. L’ideale della rappresentanza politica era costituito dalla competizione fra partiti e fra gruppi, ovvero da quello che veniva chiamato pluralismo.
Negli ultimi anni i partiti, così come li conoscevamo, si sono quasi completamente disciolti ed è emersa una diversa modalità di rappresentanza degli interessi. Da una parte vari gruppi di varie tipologie hanno fortemente influenzato la rappresentanza politica esprimendo interessi specifici e facendo eleggere candidati che ne fossero portatori. Qualcuno chiama la fase attuale pluralismo competitivo, dove alcuni gruppi godono di vantaggi associativi, politici, di legittimità per le loro azioni, mentre altri partono comunque svantaggiati, quando non vengono, addirittura, costantemente trascurati e ignorati. E questa situazione diventa assai penalizzante per la gente comune sia per le difficoltà date da una società in forte cambiamento, che mette in pericolo molte certezze, sia perché i nostri sistemi economici di tipo capitalistico favoriscono una propensione favorevole agli interessi degli speculatori e dalla finanza, a danno dei piccoli imprenditori, dei commercianti, dei giovani, dei lavoratori, e, in special modo di coloro che un lavoro non ce l’hanno o l’hanno perso.
Questo è il tributo che dobbiamo pagare ad una società liquefatta, a partiti frammentati, ad una politica sempre più personalizzata, ad una rappresentanza politica in crisi. Resta in questo modo del tutto aperto il problema di offrire una rappresentanza soddisfacente, capace di sintesi, a una società frammentata e inquieta.
Ma la rappresentanza è e resta in forte crisi. Intanto perché nemmeno ci è più consentito sceglierli i nostri rappresentanti, e poi perché, almeno agli occhi di tantissimi, hanno fallito. Ecco che, anche per lo sviluppo dei social network sta emergendo la necessità di creare un nuovo legame tra rappresentanti e rappresentati quasi a cercare di mettere in cantina l’epoca della delega. Ma la partecipazione diretta, pur importante, è difficile. I cittadini, quando si sfogano, magari battendo i tasti di un computer, quando si sentono gruppo, quando si lasciano andare e fanno prevalere la pancia al cervello, diventano anch’essi deleteri. E la soluzione si allontana.
Qualcuno identifica il web come la nuova frontiera della libertà, l’antitesi alla voce del padrone, la libera espressione. Il solo ed unico modo di partecipazione. Qualcuno vorrebbe far passare il messaggio che si può eleggere il Presidente della Repubblica con pochi click su un tasto. Ma siamo certi che sia proprio così? Io inizio a pensare e a vedere la rete in maniera diversa, anche per tanti post che non posso condividere ma che purtroppo vengono scritti da persone insospettabili, e mi ritrovo a dover convenire con Massimo Gramellini quando scrive che “sul web si concentra un tasso insostenibile di volgarità e di grettezza. Una grettezza cupa, oltretutto, raramente attraversata da un refolo di ironia … La solitudine anonima della tastiera produce il microclima ideale per estrarre dalle viscere un orrore che forse neppure esiste. Non in una dimensione così allucinata, almeno. Per noi innamorati della parola scritta è una sconfitta sanguinosa che mette in crisi antiche certezze. Per la prima volta guardo il tasto “invio” del mio computer come un nemico”.
Intendiamoci, sul web c’è anche tanto di buono, ma credo che non serva a risolvere il problema partecipativo. Penso che se si fosse chiesto, nel web, una votazione per il Presidente della Repubblica avremmo rischiato di far vincere Rocco Siffredi o Ezio Greggio, al massimo Giancarlo Magalli. Questo è il modo per screditare le istituzioni, che servono, e far pensare a qualche sprovveduto che chiunque può ricoprire cariche complesse. Bisognerebbe invece superare l’apatia dei cittadini che spesso si è trasformata in vera ira contro la politica ed i politici, quell’apatia, quell’ira che spesso si trasforma nell’immancabile “tutti a casa”, cercando di recuperare un consenso ed una fiducia, non dico una comunità d’intenti, ma un indirizzo comune per rilanciare la politica con la P maiuscola, quella che riesce a coniugare e declinare gli interessi collettivi. Credo però che per raggiungere questi obiettivi, più del web serve l’impegno di persone in carne ed ossa, serve la piazza, quella che ci permette di guardarci negli occhi, di camminare assieme, ma nessuno ha più il coraggio di uscire allo scoperto … io attendo sviluppi positivi.
di Giancarlo Testi