Dalla cucina di una volta al premio per l'identità: la storia della custode cittadina
Anna, l’anima del borgo di Nettuno
Incontrare Anna Colarossi significa fare un viaggio nella memoria più autentica di Nettuno. La sua età resta un piacevole mistero: non si chiede mai a una signora, soprattutto quando porta gli anni con la stessa grazia e vivacità con cui accoglie ogni giorno clienti e visitatori nel suo storico bar di Piazza Marcantonio Colonna, nel cuore del borgo medievale.Cordiale, schietta e profondamente legata alle sue radici, Anna racconta di essere sempre vissuta lì. Sopra il locale c’è ancora la sua casa natale, e oggi, accanto a lei, lavora la figlia che la aiuta nella gestione di quello che è diventato un vero punto di riferimento per residenti e turisti. “Non ho mai viaggiato” - racconta sorridendo. “Sono sempre rimasta qui”.
Una vita intera trascorsa affacciata sulla stessa piazza, osservando il passare delle stagioni, delle persone e della storia. Suo padre era pescatore e lei, da bambina, aiutava la famiglia essiccando al sole le uova di muggine. Solo molti anni dopo avrebbe scoperto che quel prodotto così comune nella sua quotidianità era in realtà la celebre e pregiata bottarga, oggi considerata una delle eccellenze gastronomiche più apprezzate del Mediterraneo.Tra un ricordo e una risata, Anna parla della cucina romana di una volta, quella vera. La sua preferita resta la trippa tradizionale, preparata con tutte le lamelle interne dei tre stomaci del bovino e con la gustosa “centopelli”, che nel sugo trova la sua massima espressione. Racconta poi di tagli di carne ormai quasi dimenticati e delle famose “compiette”, strisce di carne di maiale, bovino o cavallo lasciate essiccare al sole nettunese e vendute un tempo dai norcini ambulanti lungo le strade. Il suo locale, con i tavolini all’aperto, è una piccola bomboniera affacciata sulla piazza più suggestiva del borgo. Di fronte si erge Palazzo Pamphilj, testimone delle vicende delle famiglie Colonna e Borghese e delle storie che attraversano i secoli, come il passaggio di Riccardo Cuor di Leone diretto verso l’Oriente durante il periodo delle Crociate. Ma il bar di Anna non è soltanto un luogo di ristoro: è un salotto a cielo aperto dove si incontrano persone, si intrecciano racconti e si condividono momenti di convivialità. Caffè, aperitivi, spumanti e soprattutto i suoi celebri panini preparati personalmente con ingredienti genuini e prodotti del territorio: scarola, melanzane, olive, zucchine, mozzarella, formaggi, salumi e tonno, in combinazioni semplici ma ricche di sapore. La forza di Anna, però, va ben oltre la buona cucina. È la sua capacità di comunicare con chiunque. Parla il romanesco più autentico e, con sorprendente naturalezza, riesce a dialogare perfino con i turisti stranieri provenienti da ogni parte del mondo. Tra gesti, sorrisi e battute argute, riesce sempre a comprendere le loro richieste e a farli sentire a casa. Le sue giornate sono state arricchite anche dagli incontri con numerosi personaggi noti. Ricorda con affetto il tavolo preferito di Alberto Sordi, l’angolo da cui Antonello Venditti amava osservare la scalinata che conduce al porto, le serate trascorse in compagnia di Franco Califano e tanti altri protagonisti della cultura e dello spettacolo italiano. Nel borgo la conoscono tutti. Ogni passante la saluta, ogni cliente abituale si ferma per una parola o un sorriso. Per lei rappresenta il privilegio più grande: poter continuare a lavorare tra la gente, condividendo ogni giorno la propria umanità. E quando gli habitué delle barche del porto arrivano al bar e le dicono sorridendo “Ma quanto tempo è passato!”, Anna risponde con lo sguardo di chi conosce bene il valore del tempo: sembra passato un secolo, e invece era soltanto ieri. Non sorprende quindi che nel marzo 2026 le sia stato conferito un importante riconoscimento come autentica custode delle tradizioni e dell’identità della città di Nettuno. Nella motivazione si legge che Anna è un esempio di umanità, accoglienza e genuinità, capace di rappresentare un punto di riferimento prezioso per l’intera comunità e di trasmettere ogni giorno valori di rispetto, solidarietà e appartenenza. Parole, quelle espresse dal sindaco Nicola Burrini, che sembrano descrivere perfettamente la sua figura. Perché Anna non è soltanto la titolare di uno storico bar: è una memoria vivente del borgo, una narratrice spontanea di storie e tradizioni, una presenza rassicurante che continua a custodire l’anima più autentica di Nettuno con il suo sorriso sincero e la sua inesauribile voglia di stare tra la gente.
Gianni Loperfido
L’amministrazione ricorda le vittime di Amatrice
Nettuno non dimentica
L’amministrazione comunale di Nettuno e il Nicola Burrini, a 10 anni dal terremoto di Amatrice, vogliono ricordare con affetto e immutato dolore le vittime che questa tragedia ha causato, alcune delle quali di Nettuno.
Il 24 agosto del 2016 è un giorno che non dimenticheremo mai più, perché ci ha strappato il cuore e cinque concittadini. Vogliamo ricordare Ezio, i figli Ludovica e Leonardo Tulli, alla cui memoria questa Amministrazione ha stabilito di dedicare il IV Istituto comprensivo di Nettuno in via Visca, che entrambi frequentavano, a Fabio ed Aurelia e alle loro famiglie a cui vogliamo essere vicini.
Il dramma del terremoto ha sconvolto tutti noi e la Città di Nettuno sarà sempre presente e vicina alla comunità di Amatrice faticosamente impegnata in un’opera di ricostruzione.
“Con la decisione di dedicare la scuola di via Visca a Leo e Ludo -ha detto il Sindaco - vogliamo onorare la memoria di due ragazzi di talento, ma anche ricordare un evento che ha segnato profondamente l’intera comunità di Nettuno che si è unita in un sentimento di immenso dolore e commozione. Vogliamo ricordare con loro tutte le vittime e anche chi è sopravvissuto portando avanti con un coraggio immenso la memoria di quella tragica giornata”.
Ufficio stampa
Comune di Nettuno
Dal Tirreno ai mari del Nord, ha scelto di vivere in libertà
Il vagabondo dei mari
Andar per mare è sempre stato il sogno di molti. Gli italiani, in particolar modo, con più di ottomila chilometri di coste a favore, sono, o dovrebbero essere, quelli citati sul Colosseo quadrato di Roma: “Un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e di trasmigratori”. O, per citare Leopardi, nell’Infinito: “E il naufragar m’è dolce in questo mare”. E, come pure tra le scoperte, il capostipite genovese Colombo insegna fra tutti.
Così, proprio come nell’antichità si andava per mare sopra un guscio, con una tela quadra issata su un tozzo d’albero, navigando dove il vento spingeva verso terre lontane, mi si para davanti un incontro ravvicinato del terzo tipo.
Memore delle visuali di viaggi trascorsi in mari oceanici, mi avvicino a vela all’inverosimile natante. Un addobbo di mercanzie e attrezzi marini e non, con reti, coffe, bicicletta e tanto altro, tutto in coperta. Forse un naufragio…La mia fantasia parte, escogito un colloquio e chiedo: “Dove stai andando? Chi sei? Cosa fai?”.
La risposta è pronta e schietta: «Sono il vagabondo dei mari odierno. Il mio compito è navigare libero. Ho abbandonato la terra. Una delusione amorosa, anche, contrasti e problemi lavorativi mi hanno spinto, ma ora vivo! Sono di un paese dell’entroterra pontino, ma da anni ho scelto di vivere in modo diverso.
La pesca mi fa sopravvivere e dal mare, oltre al nutrimento, ho la ricompensa morale di occuparmi del salvataggio della fauna acquatica in difficoltà, nel rispetto dell’ecologia e della salvaguardia marina. Testuggini, pesci spada, delfini e pure uno squalo volpe ho raccolto, liberandoli dalle reti e affidandoli alle cure speciali dei centri di recupero.
È il mio nuovo sentimento, la talassofilia, il forte legame emotivo che unisce l’essere umano all’ambiente marino.Con questo guscio ho passato tempeste, collisioni e incidenti vari di navigazione. Conosco bene ogni anfratto del Mediterraneo. Per quanto riguarda le isole, amo Capraia in particolare: lì sono rimasto volentieri, ho avuto amicizie e mi sentivo Napoleone all’Isola d’Elba. Una volta, nel Golfo del Leone, mi sono rifugiato in una caletta, ma la gendarmeria francese è venuta a prelevarmi per l’arrivo di un uragano…! Sono anche approdato in Norvegia, praticando la pesca al merluzzo.
Lì i mari sono duri, ma si rimane perlopiù sotto costa.
Vado dove posso. La mia età è prossima ai sessanta e sono ancora in buona forma fisica. Il problema è l’ormeggio: non sempre trovo posto gratuito; anzi, spesso, dopo un po’, vengo cacciato, anche se le autorità portuali spesso, per me, chiudono un occhio. Questo è un natante solido, non immatricolato, e non ha ancora un nome. Io vorrei chiamarlo “Giovanni Falcone e Paolo Borsellino”».
Quindi, la narrazione ha termine e lo vedo che, pian piano, si allontana. Così mi domando se sia stato un sogno immaginario o una realtà vissuta. Chi lo sa? Nel mio viaggio sull’Amerigo Vespucci, durante le Colombiadi del 1992, ho fotografato, giunti a New York, una riproduzione delle caravelle di Colombo e forse l’immagine odierna è ancora il ricordo di una di quelle. È la Santa Maria?Il Golfo di Anzio si è allontanato e la vista del Circeo è più vicina e nitida, in questo assolato ed eccezionalmente afoso fine d’agosto.È ora di strambare e rivolgere la prua della mia deriva Sunfish verso i luoghi di Nerone.
Gianni Loperfido