Le città di Anzio e Nettuno festeggiano il Carnevale con le mascherine ed i carri allegorici
Carnevale, come ci divertivamo, uno sguardo al passato
«Coriandoli di sogno, coriandoli d’amore, nel nostro amore felice, felice, è sempre Carnevale…», cantava nel 1960, l’intramontabile Mina. Tradizionalmente le città di Anzio e Nettuno ricostruivano, come negli studi cinematografici, scenari che riguardavano la loro storia, cioè: Nerone e l’antica Roma per Anzio e il dio Nettuno e i Saraceni con le loro navi per Nettuno. Mesi di lavoro nei magazzini in attesa di tirare fuori l’attrezzatura e prepararsi per le sfilate nelle settimane che precedono il mercoledì, giorno delle Ceneri, perché Carnevale finisce con il “martedì grasso”, il giorno in cui si può mangiare la carne, prima del digiuno della Quaresima, che ci accompagna fino a Pasqua e nelle case e nei locali si organizzavano feste da ballo. «Coriandoli di sogno, per questo nostro amore, ho voglia di gridare, mi piaci, mi piaci, da morir…». La ballavamo al ritmo di cha-cha-cha lento.
La partecipazione era totale, uomini e donne di tutte le età e giovani ragazze e ragazzi, comitive di amici, ognuno con il vestito scelto e confezionato nelle settimane precedenti: Indiani e Cow-boy, Arlecchino e Colombina, Pulcinella e Brighella, Zorro, Pinocchio e la Fatina, con il Gatto e la Volpe e Pierrot col mandolino. E gli abiti non si acquistavano al negozio, ma venivano preparati su misura in famiglia. Per gli indiani, ad esempio, il pantalone e la camicia venivano realizzati con i sacchi di juta, quelli che si usavano per i prodotti dell’agricoltura o del caffè. I sacchi venivano immersi dentro secchioni d’acqua dentro il quale era stata versata la tinta del colore preferito (oppure lasciato nel colore originario). Alla “stoffa” venivano successivamente cucite delle fettucce colorate.
Per vestire e truccare due fratelli, lui Cavaliere e lei Damigella, ci vollero settimane di preparazione. Tutte le sere si provava qualcosa: i pantaloni lui, la gonna lei; giacca lui, mantello lei e così per ogni dettaglio, la parte più difficile fu la preparazione della parrucca del Cavaliere. Poi guanti bianchi, bastoncino, calze bianche fino alle ginocchia, dove si incrociavano con i pantaloni, scarpe d’epoca e sulla camicia un fermaglio d’oro finto. La dama con ombrellino celeste – stesso colore del mantello – in una mano e nell’altra la borsetta rèticule; capelli pettinati all’indietro tenuti da una fila di perle. Vinsero il primo premio al “Tirrena” di Anzio e li premiò Nerone, al tempo Nello Del Gatto. Lui, impersonò Nerone per tantissimi anni. Sfilava con Poppea, la cui interprete era Laura Borelli. Negli anni ’90 fu Angela Arseni la Poppea che accompagnava Nerone, interpretato da Carlo Marigliani. Sfilavano con loro, per le strade di Anzio, gruppi di gladiatori e di soldati romani. E non mancavano le corse con le bighe, sulla spiaggia di levante. La riviera Zanardelli si riempiva allora, di spettatori attratti delle sfide delle bighe con più cavalieri e cavalli.
Uno dei personaggi più conosciuti a Nettuno, era Cesare Ludovisi, detto Cuccetto. Faceva l’imbianchino, già anziano creava dei costumi originali, unici. Si ricordano le sue “esibizioni” di femmina prosperosa e le cambiali “pagherò”, attaccate con le spille sulla sua tuta di lavoro e sul cappello fatto da una pagina di giornale. Negli anni ’50 lo stesso Ludovisi indossò gli abiti di lattante e messo in una gigantesca culla spinta dalla “Mami” di via col Vento, impersonata da Gianni Angiolillo e dal compagno con il volto annerito che era Ezio Combi. Con il cappotto nero da cocchiere c’era Gino Zanchetta. Ad onore di Cesare Ludovisi va detto che da giovane, dopo aver partecipato alla guerra del ’15-’18, fece parte della “Pubblica Assistenza Nettunese Principe di Piemonte”, una associazione benefica che aveva come presidente il barone Francesco di Melhem.
Silvano Casaldi