SIMPOSIO
Giuliana Bellorini
Coordinatrice corrispondente
del salotto sede del Simposio
UN “POVERELLO” E UN IMPERATORE
In pieno Medioevo, quando le guerre promosse dalla Chiesa di Roma (le Crociate) partivano alla riconquista della Terra Santa occupata dai musulmani, un imperatore e un frate, seppero usare la sola arma della parola per incontrare, dialogare, ascoltare con rispetto. Il sogno di Francesco, era di convertire, l’allora l’illuminato e colto sultano d’Egitto, al-Malik al-Kamil con le parole del Vangelo. E Federico, riuscì a riportare Gerusalemme sotto la tutela del Pontefice di Roma, senza alcuno spargimento di sangue.
Il confronto con quanto accade oggigiorno è solo nell’aspetto diverso dei costumi dell’epoca, (Francesco visse tra il 1181e il 1226 e Federico II di Svevia fu incoronato imperatore nel 1220).
Le pretese di territori hanno sempre causato guerre e ingiustizie, ma oggi sarebbe impossibile pensare ad un “poverello” (così veniva definito Francesco), accompagnato da uno sparuto gruppo di monaci, che con umiltà e una saggezza illuminata dall’amore, fu capace di farsi mediatore di pace, responsabile ed intelligente, in grado di parlare al “nemico” con parole di semplicità.
Anche il giovane Imperatore, in cambio della corona imperiale, fu costretto dal Papa alla guerra e nonostante i tentativi di procrastinare dovette partire per la Crociata.
Francesco e Federico erano due personalità forti che, se pur con metodi differenti, rimasero determinati nei loro intenti. Erano menti aperte ad un sentire universale. Di vastissima cultura, Federico parlava ben sei lingue ed era curioso di ogni scienza da ovunque provenisse; indifferente ad essa era, invece, l’indoctus Francesco, che a malapena sapeva scrivere in modo corretto. Li univa la profonda sensibilità poetica verso ogni cosa del mondo. La poesia per la prima volta nella storia della nostra letteratura si esprime nella forma del volgare. Il Cantico, composto in dialetto umbro, di profonda e commovente religiosità, ispirato al modello biblico nell’andamento metrico dei Salmi e l’Amor cortese, tuttolaico, che Federico inaugurò con la Scuola siciliana che promosse le prime codificazioni del verso (il Sonetto e la Canzone), sono i primordi dello sviluppo dell’umanesimo che fecero grande la letteratura italiana.
Giuliana
Francesco muore a 44 anni
il 4 ottobre 1226
Tommaso da Celano vide Francesco di persona e quando fu incaricato di raccontare la sua vita, così lo descrive:
«Il poverello coperto di una tunica grigia cintata da una corda con cappuccio, i tratti del viso lungo e magro, con la fronte di ampiezza media, il naso dritto, gli occhi grandi sotto le sopracciglia non foltissime, la bocca delicata dalle labbra sottili, il collo magro».
GIOTTO
Nel campo dell’arte, Giotto è senza dubbio il numero uno dei suoi rappresentanti. Allievo di Cimabue, Giotto impresse uno stile di pittura che costituì un modello per l’epoca in cui è vissuto, modello, peraltro, piuttosto facilmente riconoscibile anche da chi non è espertissimo d’ arte.
Nelle sue opere è riscontrabile l’abbandono della staticità bizantina, e l’inserimento delle figure in un ambiente più dinamico e realistico. Benché la prospettiva sia stata introdotta nel ‘400, Giotto comincia a usarla in modalità intuitiva, donando ad alcuni suoi dipinti la sensazione del tridimensionale e della profondità di campo, accentuata dai chiaroscuri nel paesaggio, da alcune accortezze architettoniche e ombreggiature negli abiti dei personaggi che popolano i suoi quadri, uomini e donne i quali, oltretutto, manifestano apertamente sentimenti come gioia, dolore e stupore, regalando così pathos alla scena.
La maggior parte dei suoi dipinti può essere ammirata all’ interno della Basilica di San Francesco, ad Assisi, nella Cappella degli Scrovegni, a Padova e nella basilica di Santa Croce a Firenze.
Giotto è stato protagonista della bella Conferenza tenuta al Convento delle Agostiniane, l’11 gennaio 2026, nell’ambito del nuovo programma del Simposio, occasione in cui il professor Francesco Bonanni ha inquadrato l’artista nel suo periodo storico, importantissimo per aver segnato il passaggio dal Medioevo Bizantino ad un linguaggio più moderno e umanistico, e il professor Antonio Silvestri ha illustrato ampiamente l’arte del pittore nei dettagli, servendosi di una lunga sequenza di immagini che raccoglieva le opere più significative dell’ artista.
Una conferenza interessante e avvincente che ha mantenuto l’attenzione dei convenuti fino all’ ultimo momento.
La conferenza sarà riproposta il 5 febbraio prossimo alla Sala Sigilli del Forte Sangallo in orario sempre pomeridiano.
Paola Leoncini
LA RETORICA CLASSICA:
EDUCATRICE OCCIDENTALE
Da Cicerone a Quintiliano,
e applicazione in ambito artistico/2
di Daria Tarricone
Gli ideali del mondo antico e della virtù civile.
Già in Età medievale era sorto un certo interesse per la didattica quintilianea, ma è dal Rinascimento che la formazione del retore classico verrà riscoperta e considerata come un manuale universale di buone maniere per tutti coloro (giovani, pedagogisti, artisti…) interessati ad assumere atteggiamenti socialmente ed esteticamente corretti.
Si educa ritenendo i gesti necessari alla comunicazione tanto quanto le parole.
Gli studia humanitatis degli intellettuali rinascimentali si basano sulla lettura diretta dei classici e la paideia1 dei giovani verte sugli ideali del mondo antico e della virtù civile.
Si realizzano innumerevoli trattati sull’argomento, come il De liberorum educatione, scritto nel 1450 dall’umanista Enea Silvio Piccolomini che, nel 1458, diverrà papa Pio II. Egli fornisce un percorso scolastico e umano proposto per l’educazione, la crescita morale e politica di un buon regnante, in cui il corpo e l’intelletto sono allo stesso modo degni di cura e attenzione, proprio come si riteneva nella cultura antica2.
E ancora tra i rinascimentali che fecero propri gli insegnamenti classici, l’architetto, teorico e trattatista Leon Battista Alberti sostiene appieno che la conoscenza dei movimenti fisici che esprimono le affezioni dell’anima costituisce la premessa indispensabile per realizzare una buona composizione pittorica. Nel 1435 scrive il De pictura in cui esprime le potenzialità emotive che i movimenti sollecitano nei fruitori e ritiene che una storia sia più degna di lode quando riesce a catturare l’animo dello spettatore, imprimendogli forti emozioni. Anch’egli però, come Cicerone e Quintiliano, raccomanda prudenza per evitare di cadere negli eccessi espressivi.
Alberti esorta gli artisti a rappresentare in pittura gesti decorosi e moderati che conferiscano dignità ai soggetti raffigurati.
A questo proposito, loda la storia romana del Trasporto dell’eroe greco Meleagro morto: il suo peso è reso grave dall’abbandono delle membra, i gesti parlano, i volti sono espressivi e la scena risulta ricca di pathos. I movimenti del corpo comunicano quelli dell’anima, conferendo verità alla rappresentazione. *
La statuaria e la pittura presentano la figura umana nelle più varie condizioni: l’inclinazione e il movimento del corpo danno un’idea di azione e di animazione a cui seguono le giuste espressioni del viso. Alcune figure corrono e si lanciano, altre stanno sedute o appoggiate, talvolta nude o coperte di veli.
Come nella pittura certi dettagli negativi del viso possono venire nascosti (come ad esempio nei ritratti rinascimentali3 del Duca Federico da Montefeltro), così nell’oratoria è meglio alludere o tacere, quando la descrizione non riesce a cogliere la gravità reale dei fatti.
(Segue)
* (vedi foto, La morte di Meleagro, Coll. Borghese, in Il Litorale N°2)
1Educazione.
2https://laricerca.loescher.it/educare-il-corpo-del-re/
3Soprattutto nei dipinti quattrocenteschi di Piero Della Francesca, il Duca di Urbino non è mai raffigurato frontalmente, ma sempre ponendo in primo piano il profilo sinistro, per celare il destro rimasto gravemente ferito in battaglia.