SIMPOSIO
Giuliana Bellorini
Coordinatrice corrispondente
del salotto sede del Simposio
IL VALORE DI UNA VITA
Non è solo crudele, ma sconvolgente: il solo pensare di proporre in diretta televisiva l’esecuzione di un condannato a morte ci fa rabbrividire.
Viene spontaneo chiedersi, ma “essere umano” cosa specificatamente significa? E cosa s’intende quando si dice “non sei umano”? Oggigiorno la prima immagine di essere non umano è quella di un meccanismo programmato per agire al posto nostro, ma senza capacità di pensiero. Prima dell’avvento di robot e intelligenza artificiale la non umanità sottolineava, invece, chi non aveva compassione e non considerava la dignità e i diritti dell’“altro”, indipendentemente dal comportamento.
Possiamo accettare, in una società considerata “libera” e democratica, una norma di legge che offende il valore di questa dignitàe punisce l’atto omicidauccidendo a sua volta?
Oggi inorridiamo pensandoalla spettacolarizzazione delle esecuzioni che in passato richiamavano folle di curiosi nelle piazze e lo si considera un retaggio primitivo di barbarie dovuto all’ignoranza. Anche se le esecuzioni pubbliche, purtroppo, esistono ancora oggi e la pena di morte è prevista ed applicata in molti Paesi, sbandierata qualemonito di governi oppressivi che se ne servono per affermare il proprio potere.
E anche nei paesi nei quali è stata abolita, la spettacolarizzazione della morte è un fatto sociale da non sottovalutare. Lo testimonia l’indice di ascolto, quel termometro che sale vertiginosamente neiracconti di cronaca puntualmente dettagliati nei più minimi particolari alla tivù, rispondendo al richiamo dell’uomo verso la curiosità della violenza.
E quale sarà il pensiero di una madre, colei che dona la vita, nel guardare i propri figli uccisi o carnefici?
Giuliana
«…Io di parole non ne ho, sono solo incredula per questa nuova vita che mi sembra un miracolo.
È così piccola e indifesa che sento di dover impiegare tutte le forze che ho per farla stare al mondo».
una mamma
Tenera madre
Tu batuffolo di vita
stretto fra le braccia
di tenera madre,
mi passi accanto.
Ed io,
in quel tenero
abbraccio,
colgo il purissimo
incanto,
d'un gesto d'amore.
Nel GIARDINO di Alice
Nuova nata al mondo
di Alice Negro
In una stagione di guerre e distruzione, finalmente lo sguardo che illumina il mondo. È nata una bambina e porta con sé gioiosa luce, promessa di vita. Proprio quando ci sembra di seccare e cadere a terra come foglie d’autunno, ecco che il soffio vitale di una neonata riscalda i colori e ci rimette in volo. Ogni creatura che nasce è dono prezioso di giocondità e speranza.
Il titolo di questo umile contributo riprende una poesia inedita di Caterina Trombetti, scritta nel 2012 e dedicata al nipotino. La poetessa esprime l’emozione dell’attesa e dell’imminente esplosione di una nuova vita in Tu, nuovo nato al mondo: «[...]//Queste braccia intrecciate /per il nido che tu rendi prezioso, /è un’onda di gioia, /è l’incontro con te».
Hannah Arendt descrive la nascita come miracolo che preserva il mondo. All’«essere per la morte» e alla filosofia della mortalità di Heidegger, Arendt risponde con la filosofia della natalità e l’«essere per la nascita». È la filosofia dell’essere non soltanto mortali ma pure, soprattutto, nascibili. La studiosa prende le distanze dal maestro: se per Heidegger l’uomo è “gettato nel mondo”, per Arendt la natalità diviene condizione cruciale dell’esistenza stessa; la relazionalità originaria con la madre e il padre che generano la bambina rende possibile un inizio inedito.
Luce Irigaray, in Essere due, tratta il tema della nascita e prospetta l’apertura a un “non-ancora”, “non-appropriabile”, “non-conoscibile”. L’evento natale apre uno spazio vuoto dove a comparire non sono i desideri e le attese di chi dona, ma una scintilla di unicità. La nascita è il segno che la bambina si inserisce nel mondo con il suo carattere innovativo, ri-generandolo. “Nuova nata al mondo” dunque, pronta (questo termine è forse un azzardo, ma necessario) a costruire la vita nel suo modo originale e irripetibile.
Nell’introduzione a Vista dalla luna, Chandra Livia Candiani descrive l’infanzia come «un luogo assoluto, senza tempo, luogo di transito, in cui non si può sostare, ma tornare sempre». La protagonista della raccolta poetica è la bambina Io, che così prende la parola: «E io, mamma?» /«Non c’eri» /«Dov’ero io, mamma?» /«Non c’eri». La nascita è connessa a un non esserci che impronta l’origine e accende il mistero: non sostare, non conoscere, non spiegare, non appartenere, non possedere, non vincere. Una lista di “senza” che ha l’effetto di mettere all’erta, in una condizione di attesa, esposti al silenzio e all’ascolto.
In un discorso tenuto nel 2000, Thich Nhat Hanh parla addirittura di non nascita e non morte. Nell’insegnamento del Buddha, Nirvana è l’estinzione di tutte le idee e di tutti i concetti, dell’idea di andare, venire, essere e non essere: se guardiamo ogni cosa in profondità riconosciamo la vera natura dell’impermanenza. C’è un processo in cui il manifestarsi di ogni forma nasce da altre forme: siamo molto più di quel che chiamiamo io perché in ciascuna piccola identità c’è il mondo intero.
Apparire e sparire, per ricordare il gioco del Bambino d’oro di Giuliano Scabia: «sono qui, sono vivo. Trovatemi. Giocate con me». Anche la “nostra” bambina porta con sé il vertiginoso pensiero dell’incertezza e ci suggerisce di uscire dall’egoico punto di vista per salpare insieme a lei verso il non-conosciuto.
La meraviglia della nascita apre così alla pienezza dell’amore, inteso come capacità essere generati e generare. Veniamo al mondo con il compito di individuarci, di non essere solo rappresentanti della specie umana ma speciali. In questo senso l’esistenza è essere e far essere qualcosa che altrimenti non ci sarebbe, ricevere e dare più vita alla vita. La nuova nata al mondo ci invita a ricevere e donare amore, energia creativa che dà più vita alla vita.
Domenica 8 novembre 2026 - ore 16.30
L’INVENZIONE DEL TEMPO
3 INCONTRI con DOMENICO D’AMATO
1. IL TEMPO - 2. IL CALENDARIO - 3. UNIFICAZIONE
3° Incontro
L’UNIFICAZIONE GLOBALE DEL TEMPO. I FUSI ORARI
Il tempo, entità complessa e astratta, è stato a lungo difficile da misurare. In origine era scandito di giorno dall'ombra dello gnomone e di notte dalla posizione delle costellazioni tramite il notturlabio.
I popoli mesopotamici ne definirono la struttura adottando il sistema sessagesimale, fondato su numeri simbolici: il giorno fu diviso in 24 ore di 60 minuti.
Nel tempo, gli strumenti si affinarono con l'uso di clessidre ad acqua e sabbia.
Tuttavia, per secoli la durata effettiva delle ore è rimasta variabile: per gli Egizi il giorno e la notte contenevano sempre 12 ore ciascuno, ma per effetto dell'asse terrestre la durata dell'ora mutava con le stagioni.
Inoltre, ogni nazione o città adottava riferimenti orari arbitrari, facendo iniziare la giornata all'alba oppure al tramonto. Finché le comunicazioni rimasero lente, questa frammentazione non fu un problema. La svolta arrivò nell'Ottocento con l'invenzione e la diffusione del treno, che iniziò a collegare rapidamente città e Paesi sempre più distanti.
La necessità imperiosa di compilare orari ferroviari precisi di partenza e arrivo rese indispensabile unificare la misurazione del tempo. Nacquero così i fusi orari, uno standard condiviso per coordinare le attività del pianeta.